» » » » » » » » I veri motivi per cui gli italiani sono in fuga dal calcio


Stando a un sondaggio di Demos, si dichiara tifoso il 38% degli intervistati, con un calo del 20% rispetto al 2009. Su il Libraio.it il commento di Giovanni Francesio, che conosce bene il mondo del tifo, a cui ha dedicato due libri. Ecco i tanti perché della progressiva disaffezione nei confronti del calcio, e del calo del pubblico negli stadi, dalla serie A a quelle minori: “Volevano cacciare i violenti dagli stadi, hanno cacciato tutti, tranne i violenti…”

Guardare diventa fare
Leggendo l’articolo di Ilvo Diamanti pubblicato sulla Repubblica di domenica 2 ottobre, “L’ultima curva. Gli italiani in fuga dal calcio”, viene in mente la risposta – citata nel bellissimo libro di Gigi Riva, L’ultimo rigore di Faruk. Una storia di calcio e di guerra (Sellerio) – che diede Diego Armando Maradona a un giornalista: “occupati di politica internazionale. Il calcio è una cosa troppo seria”.

Perché Diamanti davvero arriva tardi, e arriva male.

Arriva tardi perché il fenomeno che denuncia, ossia la progressiva disaffezione nei confronti del calcio, il calo del pubblico negli stadi, e la dimensione sempre più “militante” del tifo, è un fenomeno evidente ormai da un decennio, come peraltro scriveva, appunto una decina di anni fa, sullo stesso giornale, Maurizio Crosetti, quando segnalava che ormai “allo stadio vanno solo vip e ultras”. E negli ultimi anni, chi si ostina a frequentare gli stadi non, o non solo, con spirito militante, sa che questa tendenza si è ulteriormente accentuata.

Ma, ed è per questo che Diamanti arriva anche male, c’entrano poco o niente gli scandali e la corruzione. Come sempre, bisognerebbe cercare di limitare le opinioni, e attenersi ai fatti, che sono più che sufficienti.

Scandali e corruzione accompagnano il calcio italiano da sempre, e non hanno mai inciso sulla passione popolare, anzi l’hanno spesso alimentata.

I motivi, della “fuga dal calcio”, sono altri, e più profondi. In primo luogo, il tragico combinato disposto tra norme antiviolenza e contesto logistico-organizzativo, per cui, per farla breve, nel 90% dei casi chi vuole andare allo stadio deve sottoporsi preventivamente a un avvilente e cervellotico iter burocratico, che alla fine gli consentirà di acquistare un biglietto a un prezzo tra i più cari d’Europa, per poi fare ore di coda agli ingressi, subire umilianti perquisizioni, dover accettare di vedere i propri figli subire sequestri di bandierine e bottigliette d’acqua, per poter finalmente accedere ad impianti brutti, sporchi, vecchi, inadeguati, a volte ridicoli, e ai quali burocrazia e leggi cervellotiche hanno tolto anche il colore e il calore che portavano i tifosi, vietando tutto il vietabile e finendo per riuscire a smentire persino Camus, che scriveva che “non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”.

Come è stato detto e scritto da alcuni inutili volonterosi negli ultimi anni, volevano cacciare i violenti dagli stadi, hanno cacciato tutti, tranne i violenti. Di fronte a queste contestazioni, normalmente le istituzioni calcistico-poliziesche rispondono sbandierando dati che attestano il calo degli incidenti e quello dei feriti, l’aumento delle sanzioni, eccetera. Si è sempre ritenuto inutile, forse non a torto, controbattere a Tavecchio e alla compagnia di giro che governa il calcio italiano citando Tacito: “hanno fatto un deserto, e l’hanno chiamato pace”.

Ma il dato più allarmante, che Diamanti non riporta, è che se nella serie A si assiste a un calo progressivo, ma pur sempre un calo, nelle serie inferiori si è arrivati davvero alla desertificazione. Le medie spettatori di serie B e soprattutto di serie C (Lega Pro), negli ultimi anni sono precipitate, al punto che spesso non si raggiungono i mille spettatori. Quasi ovunque si è scardinato il rapporto tra comunità e squadra di calcio, si è cancellata la dimensione aggregativa e di intrattenimento popolare della partita di calcio, dell’andare allo stadio.

E alla questione degli stadi e in generale del contesto, alla assoluta mancanza di visione di quello che può essere oggi un rapporto sano tra fenomeno sportivo e cittadinanza, bisogna aggiungere, tra i motivi che hanno creato questa disaffezione, anche la sconsiderata “gestione” (si fa per dire) tecnica delle squadre, con un turbinare schizofrenico di giocatori senz’arte né parte, e quasi sempre senza talento e senza carisma. Le squadre vengono costruite quasi sempre senza una strategia tecnica, ma solo nell’ottica di fare utili, chissà quanto leciti, ma sicuramente immediati. Impossibile, soprattutto per i più piccoli, appassionarsi, impossibile immedesimarsi, impossibile che in questo modo un giocatore possa diventare l’idolo di un bambino, innescando quella passione che poi porta alla voglia di andare allo stadio (o anche solo di guardare il calcio in televisione).

Perché, in conclusione, l’altra cosa che nell’articolo di Diamanti non si trova, e che invece a chi ancora si ostina a frequentare gli stadi risulta sempre più evidente, è che il pubblico, quel poco, invecchia. Non c’è ricambio generazionale, la strategia “riportiamo le famiglie allo stadio”, applicata in questo modo pecoreccio, è ovviamente, e clamorosamente fallita, salvo le solite poche eccezioni (Juventus e Sassuolo in primo luogo). Ed è davvero sconfortante che ancora oggi a guidare il calcio italiano ci siano figure che evidentemente non riescono a cogliere il nesso tra calo dell’offerta complessiva (tecnica e ambientale), calo delle presenze allo stadio e calo dell’audience televisiva. Mentre nel resto d’Europa si lavora ormai da decenni nell’ottica di migliorare il più possibile lo spettacolo dal vivo, avendo a cuore in primo luogo il rapporto coi tifosi che vanno allo stadio (si suggerisce sempre un giro a Dortmund, per vedere come si possano conciliare perfettamente partecipazione, passione, spettacolo, risultati tecnici e business), da noi si continua a vivere alla giornata, a pensare solo ai soldi dei diritti televisivi, e ad ignorare l’illuminante sintesi del solito Nick Hornby: “Il calcio è un contesto in cui guardare diventa fare”.

L’AUTORE – Giovanni Francesio, attuale responsabile editoriale di Frassinelli, ha scritto per Sperling & Kupfer Tifare contro. Una storia degli ultras italiani(2008) e A porte chiuse. Gli ultimi giorni del calcio italiano (con Lorenzo Contucci, 2013).

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