» » » » » » » » » » Spartak Lidense: Riflessione sui costi del calcio dilettantistico


Domenica 29 gennaio si sarebbe dovuta disputare una partita del girone A della Terza Categoria romana. La partita non ha, infatti, avuto luogo poiché la squadra che ci ospitava non è riuscita a pagare una delle rate di iscrizione al campionato di Terza Categoria della Lega Nazionale Dilettanti.
La questione ci ha costretto a delle riflessioni che riguardano anche la nostra condizione di squadra di calcio popolare. Oltre a rivendicare un modello di calcio diverso fatto di valori (inclusione, antifascismo, antisessismo, antirazzismo, abbattimento delle barriere alla pratica sportiva, gestione trasparente e condivisa, rispetto per l’avversario, per il compagno e per l’arbitro, no alla ricerca della vittoria “ad ogni costo”), ci scontriamo infatti con l’annoso problema del sostentamento economico per poter portare avanti le nostre attività.

Soprattutto a questi livelli, ovvero l’ultima categoria per quel che riguarda il calcio dilettantistico, è facile trovarsi a giocare contro squadre affini a noi, se non altro per la gestione economica. Spesso infatti si tratta di realtà di quartiere portate avanti da ragazzi, coetanei e amici, i quali mossi da una sana e sincera passione verso questo sport decidono di rimboccarsi le maniche per provare a mettere su una squadra. Una volta fatto il gruppo parte la ricerca di uno sponsor, spesso piccola attività di zona come il bar o il ristorante di un amico, con il quale, sempre ammesso di trovarlo, puoi sperare di pagarci le divise in cambio del logo stampato sopra. Ma è con l’autofinanziamento e con l’autotassazione interna che, nella maggior parte dei casi, queste realtà riescono ad iscriversi al campionato.

Non vogliamo certo fare di tutta l’erba un fascio e ci rendiamo conto che, nonostante ci accomuni il far parte di categorie dilettantistiche, esistono differenze sostanziali nell’azione intrapresa dalle diverse società sportive. Sappiamo, infatti, benissimo delle situazioni in cui i centri sportivi diventano un ricircolo di soldi sporchi, o poli di scambio in ottica elettorale, o ancora oggetto di interessi speculativi a danno di bambini, o meglio dei genitori paganti costretti a sborsare esose quote di iscrizioni annuali. Sappiamo benissimo che esistono situazioni in cui presidenti-padroni dettano il buono e il cattivo tempo e chi ne fa le spese sono proprio i giocatori. È anche per questo che abbiamo scelto di rifarci ad un modello di calcio differente.

Ma il punto ci sembra un altro. Dallo scorso anno la Terza Categoria LND del Lazio ha visto quasi dimezzato il numero delle società iscritte. E questo solamente a causa degli elevatissimi costi di iscrizione. Quello che si prospetta per il futuro è addirittura un accorpamento fra la Seconda e la Terza categoria con un, probabile, ulteriore aumento dei costi per l'iscrizione e per il tesseramento dei giocatori.

Siamo convinti che la strada intrapresa da quelle squadre che hanno, consapevolmente, scelto di rifarsi ad un modello di sport popolare sia quella corretta da percorrere. Certo, almeno per quel che riguarda lo specifico caso del calcio, siamo ancora agli inizi di un percorso che ci auguriamo essere lungo ed efficace. Questo comporta che ancora molte sono le lacune e gli aspetti su cui è necessario aprire un confronto aperto e sereno, viste anche le differenze di categorie e contesti territoriali nei quali le stesse squadre giocano. I costi necessari per poter praticare le nostre attività, sia per ciò che riguarda le spese d’iscrizione, che per l’affitto dei campi, che per le spese mediche verso cui né la FIGC né la LND propone delle convenzioni, risiede fra le materie su cui bisognerebbe, secondo noi, impostare una seria discussione che abbia l’obiettivo di trovare delle parole d’ordine comuni per un’azione unitaria e condivisa.

Va riconosciuta l’utilità, generalizzabile in questo caso, della pratica sportiva soprattutto nelle zone più periferiche spesso sprovviste di infrastrutture legate alla socialità e all’aggregazione. Lo sport è utile al benessere psico-fisico di chi lo pratica, ma soprattutto, se adeguatamente promosso, può essere una scuola di vita di fondamentale importanza, attraverso il quale ricevere messaggi sociali e culturali non irrilevanti. È anche attraverso la condivisione di momenti del genere che si scardinano luoghi comuni e si contribuisce a costruire dinamiche di solidarietà nei territori, spesso anche attraverso la riqualificazione dal basso di spazi abbandonati.

Per questo vogliamo rivendicare con orgoglio il lavoro svolto finora, in questi pochi anni per quel che ci riguarda e da qualcuno di più per quelle realtà con cui da tempo abbiamo costruito forme di collaborazione. Il calcio popolare e quello integrato rappresentano, ad oggi, la faccia pulita di un mondo che in realtà ha molto da poter (o dover) nascondere.

Il bagaglio di esperienze e storie che viene a crearsi dall’unione di persone con backgound socio-culturali diversi e l’importante azione sociale portata avanti quotidianamente, andrebbe secondo noi riconosciuta e tutelata. La FIGC dovrebbe rendersi conto che la visibilità e il portato enorme di lavoro reale che queste squadre gli riportano al suo interno, spesso non senza riluttanza, andrebbe incentivato e protetto. Considerare le categorie dilettantistiche o amatoriali come “carne da macello” utili solo al mantenimento dello status quo nei livelli più alti della struttura federativa, non può funzionare ancora a lungo.

Altrimenti le alternative non sono molte: si andrà verso una continua diminuzione delle squadre iscritte (si può anche leggere “accorpamento”); oppure si potrebbe sperare in una capacità di lettura della situazione e delle sue potenzialità da parte di altre federazioni che possano sostituirsi alla FIGC almeno per quel che riguarda il calcio dilettantistico, magari con dinamiche gestionali e valoriali diverse.

Certo, ci sarebbe comunque la prospettiva di una futura lega del calcio popolare che sappia trascinarsi dietro anche tutte le realtà che condividono le medesime difficoltà affrontate. È una suggestione affascinante su cui sarebbe importante lavorare ma che, per il momento, non ha alcuna base per poter essere considerata praticabile.

Per concludere abbiamo voluto lanciare questa riflessione pubblicamente così che chiunque, squadra di calcio popolare o no, possa trarre le proprie considerazioni e magari spingere per un cambiamento dal basso a favore di un modello di calcio diverso.

Ps: per quel che riguarda la partita in oggetto, abbiamo deciso di comune accordo di disputare un amichevole che abbiamo vinto per 3-2. Sebbene del risultato ci è sempre interessato poco, fa sempre piacere dimostrare che un modello di sport popolare può essere vincente anche sul campo.

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