» » » » » Venezia United: Coniugare business e partecipazione popolare, una sfida impossibile anche per Tacopina? Un commento di Carlo Rubini


Carlo Rubini, direttore editoriale di www.veneziaunited.com, prova a tracciare, a venti mesi dal suo avvento, un provvisorio bilancio dell’avventura di Joe Tacopina alla guida del club arancioneroverde. Il nostro direttore editoriale si interroga sulle tante sfide che si parano innanzi all’avvocato newyorkese, e con lui a società e tifosi. Dallo stadio alla difficile coniugazione degli aspetti finanziari del progetto “americano” (tuttora piuttosto misteriosi, ndr) con la crescita della partecipazione attiva e virtuosa della comunità tutta. Sfide che segneranno il futuro dei colori arancioneroverdi:

“Non abbiamo ancora vinto niente e fatto niente” ama ripetere come un mantra Filippo Inzaghi da Piacenza, detto Pippo, allenatore del VeneziaFC.

Vero, i traguardi di questa squadra sono ancora tutti da conseguire. E lo si può capire che lui dica sempre così perché l’appagamento di chi va in campo è rischioso e solo la ‘fame’ dei giocatori fa mettere in campo quel valore aggiunto che si chiama agonismo e competitività.

Tuttavia chi osserva con una visione critica e distaccata il percorso di questo team da quando Joe Tacopina l’ha preso in mano fino ad oggi, cercando di comprendere la qualità fino a qui espressa nei venti mesi da quando è cominciata l’avventura, ha già una prima possibilità di tracciare un bilancio seppure provvisorio, e, come si dice, a prescindere.

La dichiarazione dell’immediata risalita dai gironi infernali delle serie minori fino alla luce di quelle più alte poteva essere presa all’inizio come una spacconeria già sentita. Il subentro dello zio d’America poteva essere uno dei tanti subentri a cui il calcio e il Venezia in particolare è abituato da decenni senza che poi alle parole corrispondessero fatti concreti. E qui invece qualche fatto concreto c’è già e vedremo se è di un certo spessore.

Innanzi tutto l’impresa non era affatto scontata. Soprattutto nel primo anno in serie D; nel quale per esprimere una qualità nettamente più alta della media non era possibile far giocare gente di categorie molto superiori a quella che si doveva disputare. C’era da trovare giocatori validi e motivati subito quando c’erano squadre già in ritiro montano, e ingaggiarli senza illuderli troppo perché ben si sa che poi saltando di categoria l’anno successivo si sarebbe dovuto comunque per essere competitivi al vertice rinnovare molto, allenatore compreso. E così è stato, ma ci si ricorderà la fatica dell’adeguamento iniziale premiato solo dalla costanza nel perseguire il risultato in campi stretti, spennacchiati e privi di cornice dignitosa. Ma l’umiltà ha premiato chi ci ha creduto subito.
Va dato atto alla dirigenza e al DS in particolare di non aver sbagliato una mossa fino ad ora. Il rinnovamento c’è stato in Lega Pro ed era inevitabile e anche in questo caso, seppur partiti con buon anticipo, non era certo facile in partenza amalgamare gente venuta da tutte le parti del Bel Paese. C’è stato tuttavia chi è rimasto dall’anno della D e bisogna dire che si è trattato dei pezzi migliori, tutti valorizzati nel corso di questo campionato.

C’è stata poi la mossa Inzaghi certamente legata alla ricerca dell’immagine e anche questa si è rivelata una mossa riuscita, tenendo naturalmente conto delle difficoltà oggettivamente difficili di una piazza come quella veneziana, con uno stadio che resta lontano dal bacino di potenziale utenza, con una città disarticolata in parti staccate tra di loro, e soprattutto una piazza con una sequela infinita di delusioni e fallimenti a partire da quella storica cominciata e conclusa con Zamparini.
Inzaghi ha ragione a sollecitare ancora e sempre il pubblico alla partecipazione e ha ragione a farlo lui che si è assunto il compito di essere una guida esemplare; ma si tenga conto che anche la crescita di pubblico avuta fin qui, pur nelle discontinuità di presenze, è un risultato da non buttare se lo si confronta con i dati di partenza che nel luglio del 2015, nei momenti più bassi della gestione precedente, erano dati con numeri bassissimi. I quasi 3000 contro il Padova in coppa in un mercoledì infrasettimanale non è un dato trascurabile.

La mossa Inzaghi si è rivelata però soprattutto vincente anche perché l’allenatore in effetti ha dimostrato almeno fino ad oggi uno spirito combattivo. Non è solo quell’agitarsi di Pippo ai limiti dell’area tecnica dell’allenatore che ci fa percepire lo spirito vincente. E’ tutto un insieme di cose che ce lo fa percepire. E’ il crederci e comunicarlo. E’ l’aver saputo, almeno fino ad oggi, gestire un gruppo fatto obiettivamente di due rose e di due squadre. La cosiddetta ‘seconda’ squadra sarebbe in grado di per sé di lottare in questa serie per un posto ai play off, tanto per dire, e si è visto di recente. L’aver mantenuto l’assetto a Gennaio senza stravolgimenti è stata un’altra scelta coraggiosa quanto rischiosa nel momento in cui più di un osservatore cominciava a vedere debolezze nei vari reparti. Chi scrive tra questi. Ma l’idea di fare gruppo ha prevalso e fino ad ora i fatti danno ragione alla scelta.

Però è vero. Fino ad oggi non si è vinto niente.
E inoltre su tutt’altro fronte la questione Stadio resta un enigma. A ben vedere tuttavia il fatto che la si tenga sotto traccia non è un punto di debolezza. Quante volte la si sovraesponeva ed era solo fuffa? Certo l’impressione è che sia ancora in alto mare anche adesso e questo sarà comunque un problema. Perché, se sarà serie B, una B al Penzo la si potrà anche fare (ed è tutto da vedere e da rivedere comunque). Questo significa che nella migliore delle ipotesi si tratterà di fare una B molto più graduale (due, tre stagioni almeno) perché una A a Sant’Elena non è pensabile, né è pensabile per una questione di sano principio, dover emigrare chissà dove per poterla fare: non siamo il Sassuolo, con tutto il rispetto. Anche se Reggio Emilia è lì a un tiro di schioppo.

Per concludere ci si rende conto che questa impresa è anche legata al denaro. Che sta arrivando in modo per ora sufficiente a finanziarla, almeno così sembra. Da dove venga esattamente e per quale fine prioritario resta ancora un punto sospeso. Si capisce che Joe Tacopina, e l’ha anche detto, vuol fare business e poi rivendere avendo nel frattempo molto valorizzato persone e cose. E’ l’eterno spirito del fare impresa. Ma saperne di più sulla fonte sarebbe per noi un elemento che dà garanzie e maggior fiducia.

Ora ci si rende conto, ma qui si esula dal caso Venezia, che per chi ha un’idea popolare (populistica?) del sostegno a uno sport ritenuto di massa e popolare come il calcio il capitalismo estremo con cui si conducono queste azioni è quasi un oltraggio.

Ci sono modelli vincenti che sanno interpretare la partecipazione del tifoso in maniera virtuosa e coinvolgente, financo negli aspetti finanziari. Ma prevalentemente nella sfera della condivisione dei valori, della partecipazione alle scelte identitarie. Sono modelli che qui in Italia fanno ancora fatica ad affermarsi. Si preferiscono le vie brevi del “mecenatismo” o dei business man quando va bene, dei fanfaroni quando va male. E qui da noi, a Venezia, gli esempi si sono sprecati.

Eppure bisognerà farsene una ragione. Da sempre nella storia umana sono le élite, intellettuali, economiche soprattutto, a volte ma non sempre anche politiche, ad essere le committenze di ciò che, in tutti i campi, è qualitativamente superiore. L’abilità del committente sarà poi quella di rendere popolare ciò che qualitativamente si è prodotto. La formula ovunque è questa, da sempre, non certo solo nel calcio.

Se anche qui a Venezia la formula sarà questa, dall’elitario al popolare – e per popolare intendiamo proprio quell’aspetto di coinvolgimento largo della comunità dei tifosi – avremo fatto tombola. Per ora siamo ancora all’ambo e alla terzina.

Ma c’è una cosa che resta anche solo fino a questo momento e che si può già scrivere. C’è chi in controtendenza con quello che a Venezia si dice che accada, ha investito in una città molto prostituita all’esterno in un’impresa come quella di un team calcistico che nonostante tutto si affida ed è rivolta ai cittadini in carne ed ossa e alla società civile della città. Vedete altro in giro così?

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