» » » » » » » » Cosenza nel Cuore: ‘Calcio moderno tra business e passione’(parte I)


In estate si vincono mediamente 6/7 scudetti, 4/5 Champions, 10/11 Campionati di B e, senza esagerare, arrivano nei campionati di tutte le leghe tra i 50 e i 60 fenomeni che faranno le fortune, finanziarie e tecniche, delle squadre che li acquisiscono. Ad un tratto poi la magia finisce ed irrompe la realtà del campo e delle scrivanie, dove, tra reali capacità tecniche e sostanziali verifiche di bilancio, la musica cambia decisamente. Un dato però è innegabile, il calcio spinge le emozioni di chi lo segue oltre ogni limite, e proprio per questo che è, innegabilmente, la più grande e potente industria del pianeta. Qualche giorno fa riflettevo su un dato quanto meno singolare: la Fifa riconosce più entità territoriali, ovvero nazionali, di quante ne riconosce l’ONU!!! Ebbene si, il calcio va oltre la politica e riesce ad imprimere un riconoscimento anche a quei popoli che un riconoscimento ben più alto, quello della sovranità sul territorio d’appartenenza, non riescono in realtà ad averlo. Questo perché, come dicevo prima, il calcio è il più grande business del pianeta, una vera e propria industria che non conosce crisi economica, almeno nei grandi numeri, ma che, come ogni settore economico di rilevanza, va gestito con capacità, conoscenza e lungimiranza. Partiamo da un presupposto: il prodotto finale che l’industria calcio vende al consumatore non ha alcuna possibilità di avere un prezzo prefissato o, quantomeno, quantificabile in base alla vecchia teoria della domanda/offerta. Questo semplicemente perché il calcio vende emozioni, quegli stati d’animo, effimeri e certamente materialmente improduttivi, che altrimenti non possono trovarsi né sugli scaffali di un supermarket né, se non con rare eccezioni, nell’andare quotidiano della vita di ognuno di noi. Esempio classico, come lo fu Neymar per l’affare Barcellona/PSG, è il colpo Ronaldo (CR7 e non Luiz Nazario da Lima): quello che ha realizzato la Juve è innanzitutto un affare “commerciale” (oltre 200 milioni di fatturato all’anno per un singolo calciatore) e poi, ovviamente, anche un affare tecnico (p.s. io però tifo Messi). Il prezzo esorbitante, mica tanto poi, di questo colpo è ripagato immediatamente dal riacquisto che ne ha fatto il consumatore juventino e non: magliette, scarpini, canotte, mutande, poster, abbonamenti stadio e tv etc etc etc. Ecco che allora l’emozione prende il sopravvento rispetto al possibile, e forse anche plausibile, sdegno della società civile, perché anche chi normalmente soffre e sbuffa con Ronaldo e per Ronaldo si sente protagonista e felice.

Nel nostro piccolo abbiamo anche noi vissuto il nostro business emozionale grazie alla splendida cavalcata play off: tutti, e sottolineo tutti, abbiamo vissuto, e nell’onda lunga continuiamo a vivere, un emozione appagante, quella netta e chiaramente percepibile sensazione che, alla fine, la vita è bella. Potere della fantasia del bisogno, ovvero della necessità che abbiamo di dimenticare, anche solo per un istante, tutte le rogne del vivere quotidiano, per sentirci un poco tutti vincenti. Ma il calcio industria di oggi presenta anche, come ovvio che sia, il lato negativo rappresentato dal fallimento, dalla cancellazione di marchi gloriosi e non, dalla terribile sensazione di sconfitta che resta al tifoso quando banalmente si sente dire “non ci sono più soldi”!!!. I casi di Cesena, Bari e Reggiana, da ultimo, volendo tacere per ovvi egoistici motivi i nostri oscuramenti, ci raccontano, ancor di più, di un calcio moderno che altro non è che puro business: un business dove non basta più, come forse non è mai bastato, indossare una maglietta e un paio di scarpini per fare calcio, ma dove è fondamentale avere un vero e proprio piano industriale per far si che il giocattolo emozionale dei tifosi funzioni, visto dalla parte delle proprietà, come un meccanismo ad orologeria. Ci siamo affacciati, e sottolineo per la prima volta, ad un calcio professionistico dove progettualità, capacità di investimento e managerialità della gestione sono diventati assiomi imprescindibili per poter sopravvivere: personalmente mi piacerebbe poter parlare solo ed esclusivamente di una palla che rotola ma, ahinoi, ci tocca anche dover osservare e capire meccanismi di funzionamento molto più complessi di un semplice, si fa per dire, colpo di tacco. Dalle nostre parti, per tanti motivi, le cose sono decisamente più difficili ma una cosa, la più importante forse, è decisamente presente: il consumatore del business calcio ha tanto bisogno di acquistare e acquisire emozioni, tanto da essere disposto a qualsiasi sacrificio pur di averlo. Senza specularci sopra, ma avendo chiaro in mente questo presupposto, anche in terra Bruzia si può fare purché si considerino alcuni presupposti di base: collegialità, territorialità, lungimiranza e passione. (A.P.)

About Stef Pag

Admin Contatti Facebook, Twitter, Google+
«
Next
Post più recente
»
Previous
Post più vecchio

Nessun commento: